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Dawla
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Del Grande, Gabriele

Dawla

Milano : Mondadori, 2018

Abstract: "Dawla" in arabo significa Stato ed è uno dei modi in cui gli affiliati dello Stato islamico chiamano la propria organizzazione. Gabriele Del Grande è andato a incontrarli in un avventuroso viaggio partito nel Kurdistan iracheno e terminato con il suo arresto in Turchia. Questo libro è il racconto delle loro storie intrecciate alla storia più grande dell'ascesa e della caduta dello Stato islamico. Un racconto che parte nel 2005 nei sotterranei del carcere di massima sicurezza di Saydnaya, in Siria, e che passa per la rivoluzione fallita del 2011, la guerra per procura contro al-Asad, il ritorno del Califfato e gli attentati che hanno sconvolto l'Europa. Del Grande mette in scena una galleria di personaggi le cui vicende si snodano in un intreccio di storytelling e geopolitica. Un manifestante siriano spinto da un'autentica sete di giustizia a prendere le armi e che, davanti alla corruzione dell'Esercito Libero, sceglie di arruolarsi nel Dawla, dove farà carriera come agente dei servizi segreti interni ed emiro della polizia morale, hisba. Un hacker giordano in fissa con l'esoterismo giunto in Siria seguendo le profezie sulla fine del mondo e finito nel braccio dei condannati a morte in una prigione segreta del Dawla. E un avventuriero iracheno ingaggiato da un ex colonnello dell'Anbar che grazie alla propria intraprendenza si addentrerà nel livello più oscuro dei servizi segreti del Dawla, quello responsabile della pianificazione degli attentati in Europa. Questo libro ci racconta storie forti, piene di colpi di scena, avventure, sentimenti, rabbia, amore, vita, morte, punti di vista opposti sulla guerra e sul mondo. Il volume nasce da un progetto di crowdfunding che ha avuto un appoggio appassionato e generoso da parte dei sostenitori di Del Grande, qui impegnato ad affrontare lo scomodo punto di vista dei carnefici. "Non per giustificare, non per umanizzare. Ma unicamente per raccontare e, attraverso una storia, cercare una risposta, ammesso che ve ne sia una, a quell'antica domanda sulla banalità del male che da sempre riecheggia nelle nostre teste dopo ogni guerra".

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sbp47803
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593 pagine di pugni allo stomaco, di incredulità, di consapevolezza di quanto poco si sappia ancora dell'Islam, di politica, di storia e della situazione creatasi in Siria.
All'inizio fai un po' fatica a tenere a mente i nomi, ma poi ti viene naturale e riesci pure a seguire i vari collegamenti che nel libro vengono raccontati. Tutta la parte riguardante le torture è di un indigesto unico e spesso dovevo fermarmi e riprendere il libro il giorno dopo. Purtroppo sei consapevole che di inventato non c'è nulla, ma che è tutto vero. Altro pugno allo stomaco la parte riguardante le schiave. Sì perchè una volta che si uccidono tutti gli uomini che sorte potranno mai avere le donne? Vendute e rivendute ai vari padroni che le massacrano di botte e che le violentano fino a quando sono stufi e le rivendono ad altri. La storia di Fayza non solo mi ha disgustato ma ha provocato in me un odio verso tutti quegli uomini che le hanno provocato tanta sofferenza.
Finisci il libro e ti rendi conto dell'importanza di questo libro che, tramite testimonianza diretta, prova a ricostruire gli eventi dal punto di vista dei disertori. Quello che ne esce è la consapevolezza che finchè l'Islam sarà così frammentato ed in competizione basta un niente per innescare l'ennesima scintilla. Unica speranza sono le nuove generazioni affinchè capiscano che con la guerra non si va da nessuna parte.
"I Fratelli Musulmani, erano un partito politico con un secolo di storia alle spalle e sedi in molti paesi. Il loro obiettivo era prendere il potere attraverso le elezioni e governare secondo un ideale di società islamica riformata, reinterpretando cioè quattordici secoli di giurisprudenza islamica, senza però rimettere in discussione le istituzioni dello Stato moderno, la democrazia, le libertà individuali e i diritti civili fondamentali.
Niente di più inammissibile per i salafiti, contrari a ogni tipo di innovazione, della giurisprudenza islamica. L'uomo non doveva adattare le leggi di Dio ai tempi moderni, semmai l'opposto: doveva adattare i tempi moderni alle leggi di Dio. La società doveva ritornare all'epoca aurea del profeta e dei suoi compagni, sforzandosi di imitare la purezza dell'Islam autentico, l'Islam degli antenati, salaf in arabo. Il problema era come farlo.
Per i salafiti quetisti l'Islam autentico era prima di tutto una pratica individuale, una continua ricerca di purezza morale e rettitudine che avrebbe ispirato altre conversioni. I fedeli andavano riportati alla verità attraverso il buon esempio e la predicazione. Soltanto una volta purificata, la società, si sarebbe data una forma di governo islamico, e non il contrario. Per questo motivo i salafiti quetisti rifiutavano non soltanto qualsiasi forma di violenza, ma anche qualsiasi impegno politico, temendo che la ribellione a un governo, per quanto ingiusto, portasse soltanto alla divisione della comunità dei Fedeli.
Al contrario, il variegato mondo dei salafiti politici, che a Saydnaya andava dai militanti del Partito della Liberazione, agli studenti universtari vicini al movimento saudita del Risveglio islamico, credevano che il ritorno dell'Islam autentico dovesse passare per l'immediata applicazione della legge islamica, la shari 'a, in tutti gli ambiti della vita pubblica e che ciò non sarebbe acaduto se non attraverso delle mobilitazioni politiche quand'anche all'interno delle istituzioni dello Stato moderno, per esempio attraverso partiti ed elezioni, purchè in modo pacifico."

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