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'Na olta col córe
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Grazia, Orio

'Na olta col córe

Verona : QuiEdit, 2015

Abstract: Che bei tempi quando chi tentava di parlare in italiano era considerato uno spaccone! […] Il dialetto è come una mamma: sia nelle poesie della presente raccolta sia in alcuni detti […] la migliore traduzione in italiano risulta sempre meno sintetica, più abbondante di vocaboli e meno specifica nel senso. […] “Te gheto insegnà?” (hai fatto il segno della croce?) tradotto in italiano fa pensare al semplice segno della croce, mentre la profondità del dialetto rimanda ad una sorta di “auto insegnamento”, ovvero di una riconferma nella fede incoraggiata da un’entità superiore, più antica e più sacra.

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In “Na olta col core” l'autore rivive e riscrive in versi le avventure di un tempo dei semplici del suo paese scandito in momenti dolorosi (samartin/trasloco), laboriosi/vitali (vendema/vendemmia; spigare/spigolare), la povertà vissuta dignitosamente (graspia/polenta), il nostro paesaggio (dentro/fuori)... C'è anche un filo di malinconia; ma non mi pare per “na olta” ma a causa di un adesso che pare povero e frettoloso. Secondo me queste poesie in montefortiano accadico e italiano vanno bene così, non c'è bisogno di spiegare e commentare come fa l'autore.
La lingua è un mondo in cui ci sentiamo a casa, dove convivono e conversano gli avi e i figli minori, le generazioni si danno la mano. La scelta della lingua dipende da chi scrive. Le lingue locali godono ottima salute, sostengono gli studiosi, contro chi ne teme l'estinzione, chiede leggi speciali ecc. La lingua cambia, non si può imbalsamare, così come non si può dare lo stop al mondo. Perché cambiano le generazioni. Non c'è contraddizione tra scrivere in dialetto o scrivere in italiano: per conto mio è solo un arricchimento.

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